martedì 7 giugno 2011

Facciamo i conti con la post-crescita

Eduardo Zarelli - Michele de Feudis
D - Acqua e nucleare ritornano al centro del dibattito politico con il referendum del 21 e 22 giugno. Come mai, a differenza di altri paesi europei – la Germania in primis – i temi dell'ecologia non sono mai ai primi posti dell'agenda politica? Dipende solo dalla debolezza della rappresentanza dei Verdi nel paese? Colpa dalla scarsa attenzione dei politici in generale per il tema?

La mancata attenzione per i temi ecologici nel nostro Paese ha molteplici ragioni storiche e politiche, tra cui la fragilità dell'identità dei Verdi, che non sono mai riusciti a intercettare un consenso trasversale, vincolati elettoralmente a una scelta pregiudizialmente progressista che oggi sembra essere messa in discussione dal successo delle ben più credibili compagini europee che coerentemente si muovono oltre la discriminante destra/sinistra. Culturalmente parlando, direi che paradossalmente è l'eccesso di superficialità ambientalista e naturalista strumentalmente adoperata dai più, che ha reso debole la proposta ecologista. Quest'ultima, se fondata su solidi riferimenti metapolitici, è un vero paradigma critico e propositivo capace di interpretare l'attuale passaggio epocale in forme partecipate, capaci di sottrarsi alla disaffezione e alla crisi di legittimità delle democrazie procedurali..... La prossima tornata referendaria tratta temi centrali in merito all'uso di beni comuni e delle scelte energetiche del nostro futuro. In tal senso, c'è da augurarsi che il senso di responsabilità popolare si sottragga alla strumentalizzazione della faziosa agenda politica del presente e manifesti la necessità di indirizzarsi verso modelli di sostenibilità sociale che sono, di fatto, oltre i limiti dicotomici conservazione/progresso.

D – Politiche di approvvigionamento energetico. I rischi del nucleare dopo Fukushima sono conclamati. Ma nei poli, nel Pd come nel Pdl, ci sono esponenti che sostengono la fattibilità di investimenti nel nucleare di nuova generazione, trincerandosi dietro la formula che vuole le tecnologie più moderne in grado di fornire maggiore sicurezza. Il referendum che effetto avrebbe su queste politiche?

Ovviamente bisogna verificare l'esito del referendum ma, come sopra indicato, i temi in questione sono di fatto oltre il pragmatismo e il procacciamento del consenso degli ordinari schieramenti politico elettorali. In merito alle soluzioni innovative sul nucleare, ripropongono il limite di risolvere questioni tecniche con la stessa tecnica, quando, semmai, il problema si pone a partire - per dirla con Martin Heidegger - dall'essenza della tecnica. Le quattro nuove centrali nucleari progettate, con un costo di 30 miliardi di lire, entrerebbero in funzione fra 15/20 anni, e produrrebbero il 5% dell'energia nazionale. È del tutto evidente la sproporzione tra investimento e risultato. Il 5% è quanto si può ottenere da subito con una seria politica di risparmio e di efficienza degli impianti già esistenti. Il costo Kwh (kilowatt/ora) del nucleare è maggiore di quello di ogni altra fonte (nucleare: 10,2 – eolico: 9,9 – carbone: 9,8 – gas: 8,2 ), questo perché oltre agli investimenti per la costruzione di una centrale, bisogna calcolare anche il costo di smantellamento, che può persino raddoppiare. Ultimo, ma non ultimo, le centrali utilizzano come combustibile l'uranio. Le principali miniere di uranio (ad esaurimento) sono in Australia e in Africa: quale indipendenza quindi?

D – Di contro le energie alternative, pur essendo sulla carta meno inquinanti, presentato una serie di lati oscuri. A partire dai cicli di smaltimento dei pannelli per il fotovoltaico, per i quali non è stato individuato alcun percorso.

Esiste sicuramente un problema di smaltimento dei pannelli fotovoltaici, ma è questione di accorta gestione del ciclo tecnologico non paragonabile alle scorie radioattive. Più calzante la questione sulla reale capacità delle energie rinnovabili di soddisfare quantitativamente e qualitativamente le esigenze dei consumi di una realtà industriale complessa. In tal senso, sono gli stessi ambientalisti a riconoscere che, se nel medio periodo le fonti rinnovabili sono in grado di fornire una quantità di energia uguale o superiore a quella dei fossili, hanno comunque dei limiti. E allora in un pianeta finito non possiamo pensare di mantenere costante e invariato il ritmo di crescita che è stato tipico della società industriale mossa da tali combustibili in via di esaurimento. Il problema fondamentale è quindi abituarsi a vivere in una condizione di cambiamento radicale del paradigma della crescita illimitata. In tal senso, dov'è la convenienza economica a insistere su una tecnologia comunque imperfetta e dipendente da una fonte fossile in esaurimento? Che patto generazionale è mai quello che lascia alle future generazioni per centinaia, migliaia di anni le conseguenze di un sistema energetico che durerà, una volta costruito, 50 o al massimo sessant'anni? Non è assurdo che una battaglia tra pro e contro il nucleare debba svolgersi proprio nel Paese del sole, del mare, del vento? Non è questa, ad esempio, una vera sfida di conoscenze, ricerca e applicazione tecnologica da intraprendere con futuristico coraggio?

D – Politiche energetiche e modello di sviluppo. La “decrescita felice” immaginata da Alain de Benoist e Serge Latouche che effetto avrebbe sull'attuale ideologia produttivistica?

La “decrescita” o la "post-crescita" non è un’ideologia, non è un “programma politico”, non è una semplificazione ingenua delle contraddizioni della società industriale, ma un tema che ha il pregio di sintetizzare le contraddizioni del concetto egemone di sviluppo “illimitato”, è uno stimolo in controtendenza, che ci estrania dai condizionamenti della società dei consumi e ci fa considerare la scienza, la tecnica e la società in un’ottica culturalmente aderente alla natura, che è fatta di ciclicità virtuose piuttosto che di linearità illimitate. Vivere secondo le leggi di natura, significa porsi il problema di come non ferire la sensibile trama della vita che ci circonda, di come ridurre al minimo possibile l’impatto dovuto ai nostri consumi e ai nostri bisogni. Il compito primo di una cultura ecologica consiste nello sposare la sobrietà con la misura, la compiutezza, in controtendenza alla dissoluzione dei costumi nell’egoismo narcisistico, che fa della felicità un diritto, a prescindere dei doveri dell’uomo nei confronti della natura e della comunità di cui è parte. Solo una società ispirata a una felicità-virtù può ridurre i bisogni materiali, la complessità organizzativa e, di conseguenza, la tensione psicologica e decisionale del singolo; all’opposto, una società edonistica, sposando una felicità-piacere, proietterà i bisogni nell’artificio e nell’illimitatezza, fino a “patologizzare” l’indecisione individuale nell’ansia abulimica o anoressica dell’eccesso o del suo rifiuto, alimentando paradossalmente l’infelicità.

D – Quali sono gli studi più avanzati realizzati per disegnare una visione del mondo “altermondialista”? (testi-autori)

Gli "altermondialisti" sono spesso mossi da una tensione utopistica (un altro mondo è possibile...) che in realtà non si sottrae alle implicazioni artificiose della mancanza di "luogo" che l'etimo stesso ispira. Dal mio punto di vista, sono interessanti tutti quei pensatori che riconoscono la necessità del limite, della riduzione di scala, della ricomposizione dell'economico nel sociale, della partecipazione comunitaria al bene comune, in un respiro ecologico che fi fà, di per sè, filosoficamente olistico. In tal senso, Oltre ai transalpini de Benoist e Latouche da Lei citati, in Italia sono coerenti in tale prospettiva Maurizio Pallante, Alberto Magnaghi, Pietro Barcellona, Piero Bevilacqua e Franco Cassano, con il suo rimando alla civiltà meridiana, mediterranea.

D – L'acqua come “oro bianco”. Quali potrebbero essere gli effetti della privatizzazione dell'acqua in Italia? Di contro qual è la peculiarità della riflessione sul tema dell'amministrazione della città di Parigi?

Parigi dimostra che efficacia ed efficienza della gestione idrica di una grande metropoli europea non è vincolata al margine di profitto crescente e cumulativo. In senso lato, direi che sono due i punti su cui si gioca il fraintendimento della questione sull'acqua. Il primo, per cui privatizzare significa iberalizzare. Quando si parla di liberalizzazione infatti, si parla di apertura al mercato e alla concorrenza. Nella gestione del servizio idrico, invece, non c'è nessuna concorrenza. Una volta che il privato si è aggiudicato la gara d'appalto, egli resta in una condizione di assoluto monopolio per 20-30 anni, la durata del contratto. Si sostituisce insomma il tanto biasimato “monopolio pubblico” – già di per sé una contraddizione in termini – con un ben peggiore “monopolio privato”. Il secondo è gestione privata uguale acqua pubblica, che ritiene sia privatizzata ssolo la gestione del servizio, mentre l'acqua, la sostanza, rimarrebbe un bene comune inalienabile. E ci mancherebbe! Nessuno sarebbe in grado, anche volendo, di appropriarsi e ingabbiare una risorsa che sgorga dalla terra e cade dal cielo. Ma ciò che interessa l'uomo nella sua vita di tutti i giorni è la sua gestione: chi porta l'acqua nella sua casa, a che prezzo e di quale qualità. Ci interessa che venga garantito a tutti il libero accesso alla risorsa. Che importa che questa sia formalmente di tutti se poi non tutti possono permettersela?

D – L'esperienza amministrativa dell'intellettuale no global Riccardo Petrella all'Acquedotto pugliese è finita in maniera fallimentare. C'è qualche esempio di amministrazione illuminata dell'acqua a cui ispirare le prossime politiche italiane?

La Parigi di cui prima è tornata alla gestione pubblica dell'acqua dopo i risultanti deludenti di precedente privatizzazioni, con risultati apprezzabili. Tra gli obiettivi principali indicati nel contratto dell'amministrazione con la cittadinanza è utile ricordare: l’approvvigionamento di qualità in qualsiasi circostanza, collocare l’utente al centro del servizio, assicurare una gestione rigorosa e trasparente come pure l’efficienza delle reti e delle infrastrutture, mantenere un alto livello di manutenzione, mettere in opera un sistema di gestione certificato ed ecologicamente responsabile.
Ma ci sono esempi virtuosi di società a capitale pubblico che fanno un ottimo uso dell’acqua dei cittadini anche in località italiane di forte complessità urbana, si pensi alle Metropolitane Milanesi, a capitale quasi interamente comunale, che gestisce tutta l’acqua che passa attorno alla Madonnina e provincia. Quell’acqua è ottima dal punto di vista della qualità, è controllatissima e tutta le gestione funziona bene oltre a essere un esempio di trasparenza verso i cittadini.

Arianna Editrice

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