lunedì 1 agosto 2011

La "primavera araba" sbarca in Israele

Gianluca Freda
La prima cosa a cui si stenta a credere sono le cifre. Le fonti giornalistiche (quelle che non hanno deciso di stendere sugli eventi il velo del silenzio) riportano che le manifestazioni dei giorni scorsi in Israele avrebbero coinvolto ben 11 delle principali città del paese (non 7 come si era detto all’inizio), tra le quali Gerusalemme (10.000 persone in piazza), Beersheba (3.000 persone), Haifa (10.000 persone) e naturalmente Tel Aviv. Solo quest’ultima avrebbe visto la partecipazione di 150.000 persone, radunatesi nei pressi di Kaplan Street ed ivi accampatesi, mentre sul palco allestito per l’occasione si susseguivano decine di interventi politici e di esibizioni artistiche di protesta. Ora, 150.000 partecipanti ad una manifestazione di protesta autoconvocata sono già una cifra abbastanza ragguardevole per un paese di 60 milioni di abitanti come l’Italia. Per un paese di 7 milioni e mezzo di abitanti come Israele, sono qualcosa di colossale ed inaudito. Tanto più che Israele non è certo noto per questo genere di “partecipazione attiva” dei cittadini alla vita politica.....

La cosa altrettanto incredibile (ma poi neanche tanto, per chi ormai conosce i suoi polli) è che i quotidiani italiani sembrano non aver dedicato all’evento neppure una riga. Al momento in cui scrivo, della notizia non si trova traccia né sul sito del Corriere né su quello di Repubblica. Si dà ampio spazio alle rivolte che fanno comodo (quella in Siria, organizzata e finanziata con i soliti metodi dalle ONG americane, la fa da padrona), si parla dei soliti frizzi e lazzi eterogenei, ma neanche una parola sulle manifestazioni israeliane. Sono anche andato a cercare la notizia nei recessi della cronaca rosa e del folklore, spulciando nel sottobosco di fregnacce giornalistiche che riporto quotidianamente nella rubrica “Chi se ne fotte”, tra il dramma dello stress che ha colpito Serena Autieri (chi diavolo è?) e le nuove terapie abbronzanti a base di frutta, ma niente da fare. Israele vuole essere citato soltanto quando c’è da fare la morale ai governi altrui, non quando ad essere messe sotto accusa sono le sue istituzioni. E i suoi sguatteri catodici obbediscono, senza che probabilmente nessuno gli abbia neppure impartito l’ordine di farlo. Ogni sguattero professionale sa già a menadito cosa desidera il padrone, senza che questi abbia bisogno di disturbarsi a specificarlo. Se non ci fossero Russia Today e i media arabi, di queste proteste non sapremmo nulla di nulla.

Per una ribellione che sparisce, ve ne sono altre che vengono invece pubblicizzate con la distorsione e il capovolgimento completo della realtà che è la vera e propria ragion d’essere della cosiddetta informazione occidentale. Ad esempio, il sito del Sole24Ore parla delle rivolte avvenute nella città di Bengasi, roccaforte dei ribelli libici. Secondo il filmato che potete vedere qui, a Bengasi ci sarebbero state “rivolte popolari contro il governo di Gheddafi” che avrebbero provocato, solo negli ultimi giorni, almeno 300 morti, tutti naturalmente ad opera dei crudeli e sanguinosi bombardamenti perpetrati dalle truppe del “dittatore libico”. Si tratta di una delle più sordide e deliberate falsificazioni di un evento che mai mi sia capitato di vedere, perfino in una guerra come quella libica, la cui stessa genesi è da ricercarsi nelle falsificazioni e nelle invenzioni spudorate dei media.

Ciò che è realmente in corso a Bengasi (come si può leggere ad esempio QUI) è una guerra intestina tra le fazioni dei “ribelli” finanziati dall’occidente. E’ successo che dopo l’uccisione del colonnello Abdel Fatah Younis, avvenuta venerdì scorso ad opera di una fazione degli stessi ribelli vicina ai terroristi di Al Qaeda (leggi: CIA), le tribù Warfallah e Obeida si sono rivoltate contro i loro ex alleati, in particolare contro i soldati di Al Qaeda. A scaldare gli animi sono stati gli stessi funerali di Younis e dei due luogotenenti uccisi insieme a lui, nel corso dei quali il figlio del capo ribelle assassinato si è gettato sulla bara del padre, piangendo e invocando un ritorno della Libia sotto l’autorità di Gheddafi. I militanti di Al Qaeda/CIA non hanno esitato a porre in atto le loro consuete rappresaglie sanguinose, uccidendo, sgozzando e decapitando almeno 120 membri della tribù Warfallah, in gran parte civili. Ad appoggiare Al Qaeda, oltre alle forze NATO (Italia compresa), vi sono miliziani arabo-turchi del Qatar, dotati di carri armati ed altro armamento pesante. Uno dei comandanti ribelli di Bengasi, il generale Ahmed Qutrani, ha già lasciato intendere quale linea s’intenda adottare contro i “ribelli dei ribelli” che hanno osato rivolgere le armi contro gli ex alleati: “Tutti questi gruppi spariranno e tornerà ad esserci unità”, ha detto perentoriamente. “Nessun comandante può disobbedire. Chiunque osi farlo, verrà schiacciato”.

Nel frattempo, le “Brigate al-Nidaa” – uno dei gruppi che si oppongono allo strapotere di Al Qaeda e della NATO nella leadership dei ribelli - sono riuscite ad assaltare due prigioni, liberando tra i 200 e i 300 detenuti, fra i quali vi sono molti membri delle forze governative, prima che la loro base operativa venisse espugnata dai loro avversari.

L’imperversare di questa situazione caotica in quella che doveva essere, secondo i piani della NATO, la roccaforte ribelle pronta a dare l’assalto al governo centrale, spiega anche per quale motivo gli aerei della NATO si siano affrettati, sabato scorso, a bombardare la sede centrale della TV libica, uccidendo tre persone e ferendone altre 15. Evidentemente occorre evitare, quanto più possibile, che la popolazione libica ed il mondo sappiano cosa sta realmente accadendo tra le fila dei gloriosi “ribelli” che dovevano “restituire la libertà” alla nazione. Si vuole, a quanto pare, che le uniche notizie degli eventi a filtrare in occidente siano le consuete menzogne dei media ammaestrati, come dimostra l’incredibile versione dei fatti fornita dal sito del “Sole24Ore”. In ogni caso, anche stavolta le cose sembrano essere andate storte per la NATO: dopo il bombardamento, la TV libica ha prontamente ripreso le trasmissioni. Perfino in Libia, nel pieno del caos, della guerra e dei bombardamenti, esistono fonti d’informazione più attendibili e degne di fiducia della fiumana di fandonie cui si abbevera lo smarrito uomo della strada occidentale.

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