venerdì 30 settembre 2011

Michael Jackson in agonia? Facciamone spettacolo…

Nicola Mente
Recentemente, siamo stati nuovamente investiti (come se ce ne fosse bisogno) dall’ennesima e raccapricciante teatralità costruita ad arte sul disastro umano. In rete è stato diffuso il video girato dal medico di Michael Jackson, Conrad Murray [per chi ha voglia di vederlo, clicchi QUI,  con tanto di pubblicità annessa], l’imputato che sta sostenendo il processo per chiarire le circostanze che avvolgono nell’ombra la morte della celebre popstar (avvenuta il 25 giugno del 2009 in seguito ad un presunto arresto cardiaco).
I sospetti che gravano su Murray sono tali da supporre che potrebbe essere stato lo stesso medico personale di Jacko a cessare le sofferenze del Re del Pop. Come se tutto ciò non fosse già sufficiente a incrinare il doveroso e silenzioso rispetto post-mortem, ecco dunque le immagini di un Jackson legato ad una brandina e in condizioni psicofisiche molto gravi, mentre si auspica, come se fosse nella parte di una sceneggiatura hollywoodiana, un successo planetario per quello che sarebbe dovuto essere il suo ultimo tour. Un discorso, che si vuole ripreso un mese prima del decesso del cantante, ma che ovviamente stride con la voce flebile e le condizioni precarie di un fisico ormai debilitato e costretto all’immobilismo.....

Come spesso accade, chi durante la sua esistenza si propone come icona pubblica da idolatrare, paga dazio nel momento in cui l’umanità che irradia il personaggio pubblico viene a scontrarsi con l’aspro e duro incedere quotidiano. La vita reale infatti non risparmia nessuno, e può spegnere anche quelle stelle che sembrano destinate a bruciare per sempre di luce propria, e non di luce riflessa.
La stessa vita “reale”, unita all’orrore di un’etica ormai distorta e completamente prostituita alla voglia di spettacolo, confeziona ad arte uno sciacallaggio senza confini nei confronti della sconfitta, quasi a godere della caduta di un uomo reso Dio attraverso lo show-buisness, e allo stesso tempo meritevole di essere consegnato alla berlina del suo stesso palcoscenico.
Viviamo in un’epoca in cui la tragedia diventa il più remunerativo degli spettacoli, senza remora alcuna. La corsa al massacro non disdegna nessun particolare raccapricciante, tutt’altro: si sceglie di colpire alla bocca dello stomaco per imbonire il cervello. E così, Michael Jackson è costretto a vedersi deturpato, non davanti allo specchio di casa sua, ma sotto la luce dei riflettori che a suo tempo donarono la gloria alla popstar dell’Indiana.
Sovvengono dunque altre tristi circostanze, come le foto e le immagini degli ultimi giorni di vita di Freddie Mercury. Con i tabloid a nove colonne, mentre un uomo veniva stuprato nell’intimo di ogni sua legittima riservatezza, aggravata da una condizione discriminante e discriminata, in anni in cui l’omosessualità era ancora, più di oggi, non tabù, ma quasi un’onta. Un alone che poteva macchiare l’escalation artistica di un genio assoluto. Quasi come se si volesse rendere la polvere in faccia a chi ha vissuto sul piedistallo, non per onori ricevuti, ma per meriti conquistati.
Il gioco al massacro però è troppo forte: The Truman Show non è stata innovazione, ma consolidazione di usanze mediatiche già emerse da un trentennio. Usanze mediatiche a volte usate per distrarre (penso ad Alfredino Rampi), ma sempre più spesso costruite per stupire, per accattivare, per ammaliare, per imbonire. Come al supermercato, ove ognuno di noi viene attratto dalla scatola colorata, o dall’immagine divertente. E così capita che la sofferenza intima diventi carne tritata da dare in pasto alle esigenze del mercato, che non può fermarsi mai, neanche di fronte alla sofferenza, neanche di fronte all’indigenza, o alla morte, o alla pietà, non certo religiosa, ma umana.
Dunque, siamo costretti a sapere tutto su una madre che prende a mestolate il suo pargoletto, o su tre ragazzi che massacrano la propria coinquilina, o su un marito infedele che trucida la propria moglie. La cronaca, quella nera, scompare, e rimane un mondo rosa e appiccicoso, dall’odore putrido della morbosità, alimentato da trasmissioni televisive, approfondimenti meschini, pareri inutili e approssimativi, documenti inediti ma non graditi.
Figuriamoci, poi, se il protagonista della tragedia da confezione regalo è già un grande personaggio: in quel caso, la mobilitazione mediatica è imponente e globale. Tutto per spettacolarizzare, nel caso di Jacko, l’evento del processo. Tutto per consegnare alla storia la degenerazione umana di una stella del firmamento.
Molta acqua è passata sotto i ponti da quegli anni che furono, in cui il personaggio famoso mostrava al pubblico esclusivamente il suo volto da scena. Oggi, sembra che quell’aspetto quasi non interessi più. Si gioca sui colpi bassi, si costruisce l’avanspettacolo da buco della serratura, attraverso il quale si mettono a nudo, senza scrupoli, le debolezze dell’individuo. Per aspettarlo al varco, lassù, appollaiati. Per appiattirlo. Per dire: «Guardate, in fondo era un uomo pieno di problemi», con quel ghignetto fastidioso di chi ti spinge giù dal carro a calci nel sedere, senza curarsi di saperlo guidare. In fondo, se il carro va a schiantarsi, va bene lo stesso. Anzi, meglio.
Arianna Editrice

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