sabato 4 febbraio 2012

I forconi, metafora o nemesi di una rivolta

Giorgio Ruta
Il blocco della Sicilia dei giorni passati avrebbe meritato più interesse di quanto non glie ne abbiano dato i mezzi di informazione ufficiali. Adesso la “rivolta” si è spostata sul continente e l’atteggiamento dei mass media dalla pura elusione, si è posizionato su un ambito altrettanto pertinente del giornalismo servo, quello dello sdegno, esprimendo il sentimento del proprio padrone di turno. Fatto questo che non sorprende conoscendo il vincolo di complicità con il Potere che a suo piacimento decide cosa deve essere o non deve essere rivelato. Il giornalismo al soldo del Potere ha il compito di non dire, quando ciò gli viene chiesto o al contrario di dire, diffamando o distorcendo per meglio diffondere menzogne ad arte. Da sempre è così e negli ultimi tempi ci sono vicende che sono state manipolate in maniera madornale per mezzo di astute o grossolane edulcorazioni della verità. Questo giornalismo riesce già efficacemente a nascondere e contraffare a proprio piacimento, comprovati massacri e genocidi che si consumano alle nostre porte con noncurante distacco della gente. L’informazione per conto di un padrone (chiunque egli sia) è il presupposto essenziale per automatizzare i comportamenti delle masse, riducendo al minimo le possibilità di devianze non riconosciute, per le quali, in una parola, non sia facile attribuire una direzione e un controllo proveniente dall’alto.
Il potere e tutta la compagnia che regge il sistema, non ultimi i mezzi d’informazione ufficiali, sanno mettere in campo non soltanto falsità ma all’occorrenza anche mezze verità. Ciò che ci viene dato in pasto, indipendentemente dalla sua natura, veridicità e valore, deve essere in grado di scaturire gli effetti voluti e sperati da chi li somministra.....
La prima impressione che si può avere dal cosiddetto “blocco della Sicilia”, è la confusione. Il primo effetto voluto o meno è questo, comprensivo di paure connaturate nel genere umano, panico sociale, eccitazioni catastrofistiche, impeti di riscatto e le solite contrapposizioni del “povero contro il povero”.

Come sempre accade in questi casi, si è puntato sull’effetto più facile che è quello di instillare la diffidenza nella gente attraverso congetture paradigmatiche e rappresentazioni metaforiche di un Popolo. Era la cosa più banale che potessero fare e l’hanno fatta. Ragguagliare i siciliani che nelle azioni di alcuni loro conterranei esagitati ci sia immischiata la mafia è come subodorare nel popolo tedesco di oggi, (economicamente “sano”e “ineccepibile”) un nazifascismo circospetto. Trovare il male nella poco nitida paternità del movimento aiuta a delegittimare la rivolta che è essenzialmente gesto originario e vitale dell’uomo che si oppone alla schiavitù e alla sottomissione. A chi appartengono “i forconi” veramente? Può essere, come dicono, che non ci stia dietro alcuna forza politica che voglia innescare un meccanismo di destabilizzazione per il proprio tornaconto, approfittando del momento favorevole? C’è un coro unanime che assembla i partiti para-governativi e non, il popolo della sinistra, i guru acchiappa masse, gli scettici di mestiere con il pallino di smascherare bufale. Le menti fine da salotto disincantate e dall’odorato sensibile, non hanno dubbi: questo è disordine senza senno e progettualità, interessato unicamente a mantenere “privilegi” e atteggiamenti affettuosi dalla classe politica che in tutti questi anni, costoro, se li è allevati con amorevole interesse. Non meritano considerazione e alcuna approvazione, come chi spacca vetrine e bancomat nelle manifestazioni. Come chi nelle manifestazioni di resistenza gli viene spaccata la testa, rastrellato e portato nelle privapatrie galere. Chi procura questo disordine, chi lo fa, se non è mafioso o fascista, come minimo non ha capito una cippa, mosso unicamente da smanie populiste.
Questa, che può ancora essere più variamente assortita nelle sfumature, è la Propaganda sia essa del regime attuale che si autorappresenta, sia delle forze che lo sostengono come allievi in un master di esperti, destinati ad essere avviati all’esercizio della Potestà sulle masse. Le forze politiche del nuovo corso, in verità, si stanno istruendo a mettersi al servizio di una Dittatura trans-politica e trans-nazionale ma con enormi, pluricondivisi interessi economici e materiali, la cui entità è davvero spropositata poiché straordinariamente globale, interessando il dominio su tutti i Popoli della terra con pochissime distinzione di razza e con un unico ceto distinto. A questo addestramento partecipano tutti coloro che in un rapporto subordinato di vassallaggio andranno direttamente ad esercitare il potere per conto della Goldman Sachs, del Fondo Monetario, delle lobbies massoniche finanziarie e delle multinazionali. Quindi, ci troviamo di fronte ad una classe di politici che faranno i valvassori tra cui, di certo, la sinistra-sinistra che scalpita con febbrile cialtroneria per un ruolo di primo piano. Questa è premessa, il melmoso brodo originario di tutte le faccende che riguarderanno d’ora innanzi qualsiasi rivolta di soggetti appartenenti alla totalità delle masse destinate ad essere dominate quasi del tutto e come non mai.
Pur riconoscendo in certe forme di protesta decisa, l’assenza di progettualità politica ma anzi un’abitudine a chiedere pane, occhio di riguardo e mantenimento di condizioni protezioniste e paternaliste; pur sapendo che le trattative col Potere basate su questi presupposti non possono arrivare molto lontano, mi sento nel dovere di stare con chi, anche se per un istante, alza la testa e appronta momenti di resistenza. Ammetto che nella gente ci sia ancora la schiettezza delle azioni, che si faccia ancora coinvolgere dalla speranza che esistano interlocutori del loro disagio e che non si deprima in un opprimente quanto auto-distruttivo senso d’ impotenza. È sempre segno di vitalità la reazione delle masse. Può accadere di tutto, anche di essere manipolati e recuperati ma di fondo ci sta l’inconsapevole intuizione che accomunati dagli stessi interessi e uniti, si possano praticare momenti persuasivi di protesta. Il movimento “dei blocchi” è tuttavia interessante per le modalità, le tecniche e l’audacia ma non per la prospettiva; è privo di un “sentimento” che vada oltre le rivendicazioni economiche della propria categoria, non ha una prospettiva politica che sia anche sociale, tanto meno eco-sociale. In fondo la suscettibilità è fortemente sbilanciata direttamente per la pancia e in questi casi basta spostare il grave di quel poco ma sempre incombente sulle classi più deboli, realizzando così quel gioco antico di rinvio e di parcellizzazione del malcontento che dà come risultato più immediato il suo controllo e annichilamento. Da questo punto di vista il valore iniziale di proteste con queste caratteristiche non ha niente a che vedere con quelle che portano in sé una visione della vita allargata ai bisogni di tutta l’umanità, di tutta la natura, comprensiva di tutti gli esseri animali, vegetali e minerali. Sono proteste ma scarsamente rappresentate da quelle Idee che fanno direttamente riferimento alla eguaglianza tra tutti i popoli, al diritto di autodeterminazione, alla salvaguardia delle risorse e ricchezze comuni che sono innanzitutto l’aria che tutti respiriamo, l’acqua e la terra di cui tutti come esseri viventi abbiamo il diritto assoluto e inviolabile per vivere. E nessuno ce lo può togliere e a nessuno dovremmo essere obbligati a chiederlo.
Movimenti come quelli NOTAV hanno in sé alcuni di questi elementi “filosofici” perché resistono ad una aggressione definitiva del loro territorio e pertanto della loro stessa sopravvivenza in quell’ambiente in cui c’è ancora da difendere qualcosa che appartiene a tutti. In quel caso la “pancia” da difendere c’è ma come conseguenza alla reazione per un crimine più ampio e integrato, non come causa scatenante. Per correttezza analitica e sostanziale i movimenti tipo No-Tav sono di resistenza ai soprusi, alle rapine e agli annientamenti di interi territori con le genti e tutto ciò che ci vive dentro. Quelli dei “blocchi” in Sicilia e oltre, sono movimenti di malcontento di categorie precise che pur espressione di disagio generale, non vanno ancora oltre la collocazione prettamente economica circoscritta. Eppure se accadesse una maggiore presa di coscienza e un allargamento oltre i confini della “pancia” questi movimenti potrebbero diventare resistenze formidabili contro la realizzazione dello stesso disegno di dominio generale dei pochi sull’intero. Basta capire il mondo che quella gente immagina d’ora in poi e come vorrebbero che cambiasse. Nulla dovrebbe essere dato per scontato quando la stragrande maggioranza stiamo ammassati sulla stessa barca che qualcun altro sta facendo di tutto per farla affondare a picco.
Per questa semplice e primitiva ragione, liquidare il “movimento del blocco” e con questo la concreta mobilitazione di una massa di gente esasperata, adducendo lo spauracchio ad esempio delle infiltrazioni fasciste o mafiose, è farsi trafiggere da una pagliuzza scambiandola o spacciandola per trave. Purtroppo o per fortuna questa rivolta è reale e da qui in avanti dobbiamo tutti imparare a farne i conti perché è reazione sana, umana e inevitabile… e perché ormai ce ne sarà una al giorno. A meno che, il timore di varchi per organizzazioni parafasciste e mafiose non superi la consistenza di una realtà economica e sociale ormai irrimediabilmente sfasciata per la stragrande maggioranza. A meno che non si preferisca una popolazione ridotta all’inazione più assoluta, con il capo chino incamminata verso la soluzione finale; a meno che il contegno che hanno gli zombi non venga ritenuto decoroso e degno degli esseri umani. Allora, di quei timori (o certezze), a malincuore, dovremmo prenderne atto. E fermarci e stare a guardare e trovare un valido motivo per continuare ad accettare tutto ciò che viene deciso e imposto dall’estremo vertice della piramide.
Abituati come siamo diventati, a riconoscere soltanto le finte resistenze, telecomandate da chi ha avuto assegnato il compito di presentarle disciplinatamente sul palcoscenico della simulazione dei conflitti, questa principiata in Sicilia, ammetto, che possa lasciare disorientati e confusi ma l’indifferenza, la stizza o l’esplicita condanna diventa una tangibile posizione di parte, che si posiziona proprio dal versante dei Potenti che, venuti allo scoperto come non mai, hanno deciso di far pagare i loro reali privilegi agli strati più deboli della popolazione. In questo senso mi sento di stare dalla parte dei più deboli, sebbene ignoranti e senza coscienza politica, in questo senso mi sento populista. In realtà, come individui moderni e civilizzati, obbedienti e ragionevoli, psicolabili e depressi, abbiamo perso l’abitudine istintiva a difenderci e lottare senza che il pinkopallino di turno lo faccia in nostra rappresentanza. Non sappiamo più afferrare tutto il nostro disagio e rivolgerlo contro chi ce lo procura, anzi la stessa presenza di pinkopallino ci ha fatto perdere la capacità di sapere contro chi rivolgerlo direttamente. Per questo stentiamo a riconoscere il valore delle cose. Il valore di questa cosa è soltanto una: credere nella possibilità di cambiare il destino dei vinti.
Detto questo, possiamo cercare di identificare tutte le pagliuzze e riconoscere anche le travi che ci sono indubbiamente ma ciò non può contenere il fiume in piena che è destinato a rompere gli argini, soprattutto non possiamo più illuderci che sia come prima.
Che ci siano nel movimento variegato dei blocchi, infiltrazioni parafasciste, è verosimile. Alcuni elementi lo lasciano pensare, non credo onestamente in una consistenza allarmante ma Il leader degli autotrasportatori, il catanese Richichi è noto per le sue simpatie esplicite di destra ma è anche un personaggio che negli anni se l’è cantata e suonata con chi poteva dar retta e seguito alle sue richieste per la categoria che rappresenta. Del resto, non è nuovo a blocchi esemplari negli anni passati che hanno messo in difficoltà la veicolazione e l’esercizio delle imprese anche per settimane. Tutte le volte i governi di qualsiasi compagine politica lo hanno prima o poi preso sul serio e accontentato. Oggi è diverso, le condizioni sono diventate oggettivamente più difficili e le forze politiche tradizionali hanno meno margini di contrattazione per accontentarlo, anzi le forze politiche odierne sono a loro volta diventate servitori di un potere che ha perduto qualsivoglia dovere (nemmeno formale) nei confronti di un Popolo, sulla carta, ancora sovrano. La ventilata presenza di un entità, come Forza Nuova, seppur scarsamente importante, ma desiderosa di farsi avanti nell’empasse dei partiti tradizionali, ha verosimilmente avvicinato o appoggiato il presidente dell’AIAS. FN, d’altra parte, visto il valore di massa dei “blocchi”, possiamo anche immaginarla interessata ad appoggiare e sostenere una lotta, che a secondo degli esiti, potrebbe portare simpatie e risorse fresche. È intuibile e ci può stare. Se proprio vogliamo vedere significati e assonanze anche nelle parole, l’organizzazione degli autotrasportatori all’occorrenza è stata chiamata FORZA D’URTO… Posso anche facilmente supporre che oltre FN ci siano altre “forze” e forzisti, anche il partito di Lombardo, il separatismo che riprende aria e, perché no, la mafia che non si lascia scappare occasioni simili.
Se così fosse, quanti dei rivoltosi sono consapevoli di questo? E ciò toglie forse la veridicità e la buona fede del singolo e il valore netto della protesta?

Chi si sente dotato di una coscienza politica matura e pretende di trovare integrità e contegno nel malcontento e nella disperazione, di fatto avalla e giustifica la Dittatura dei banchieri, della Goldman Sachs e company che, in flagranza, sotto il naso di tutti (anche dei cervelli fini) hanno messo in atto, in Italia, Grecia, Portogallo e quasi l’intera Europa, un golpe vero e proprio. È questa la trave!
In realtà, a mio parere sono ben altre le cose, per il momento, che debbono essere valutate, non la coscienza ideologica della gente che peraltro non esiste e nemmeno il bollino di qualità antimafia.
Chiediamoci cosa vogliono gli autotrasportatori, cosa rappresentano, a cosa aspirano. La risposta è soltanto una: la loro sopravvivenza.
Il prezzo del gasolio, dei pedaggi, delle assicurazioni è diventato insostenibile, i profitti per i “padroncini” oggettivamente si sono assottigliati ma ciò accade direttamente o indirettamente per tutte le categorie di lavoratori. Gli autotrasportatori tuttavia non sono una categoria qualsiasi. Essi sono un punto nevralgico, senza esagerazione, rappresentano la spina dorsale dell’economia italiana perché movimentano i beni prodotti, necessari o superflui che siano. Il loro peso è diventato sostanziale, la loro esistenza è irrinunciabile, un anello della catena che se si spezza interrompe gravemente tutto l’ingranaggio. La forza d’urto potenziale da loro posseduta è formidabile, capace di innescare effetti pesanti e dolorosi. Tutto questo è intuitivo, in questi giorni facile da capire anche per chi non l’aveva capito prima. La classe politica lo sa bene e ha sempre saputo perché le scelte e l’indirizzo che ha dato a questo Paese è stato questo, forse come in nessun altro Paese al mondo. Perché questo, non dimentichiamolo, è anche il Paese della Fiat. E per forza di cose, i camionisti, oggi sono diventati quelli che un tempo erano i metalmeccanici o i ferrotranvieri, che assumevano un’ importanza cruciale nei conflitti sociali. A quel tempo uno sciopero di quei lavoratori riusciva a paralizzare l’Italia e farsi sentire. Ma sappiamo come è andata… quelli non esistono più e uno sciopero sia degli uni che degli altri , oggi apparirebbe come la rappresentazione in bianco e nero di lotte in piazza dal gusto vintage. Il potere politico, economico e soprattutto dei sindacati ha deliberatamente neutralizzato e annullato una componente sociale attiva, cosciente e agguerrita. Quella di oggi, forse ancora più grande di quella di ieri, è figlia di un progetto preciso in cui la privatizzazione e la liberalizzazione dello spostamento delle merci, deve avvenire col massimo spreco, con il massimo della dipendenza e con il massimo effetto impattante sull’ambiente.
Chi ha voluto tutto questo? Chi ha creato sconfinate piste d’asfalto e tonnellate di bestioni inanimati che li attraversano macinando chilometri per spostare anche quello che potrebbe restare dove viene fatto? Non certo gli autotrasportatori che sono stati creati come le strade e i loro mezzi. Loro che trasportano le merci e tutti noi che ne facciamo uso, siamo sullo stesso piano, in egual misura fruitori e complici. Non è sufficiente, oggi, allisciarsi il pelo di una coscienza “ecologista” e “sostenibile” tanto da farci sentire giusti e fighissimi se emettiamo sentenze contro quella categoria e sulle gravi conseguenze del disagio che stanno procurando ai cittadini incolpevoli e ignari. Chi lo fa, perché ritiene gli autotrasportatori insindacabilmente responsabili di un sistema poco etico e non più sostenibile anche economicamente, non dovrebbe neppure prendere in considerazione il disagio che quelli procurano quando si fermano, perché chi si attribuisce una coscienza differente, dovrebbe sapere e auspicare una società diversa che faccia a meno di loro. Dovrebbero addirittura esserne grati che si fermano perché così offrono a tutti la possibilità di immaginare un mondo diverso. Naturalmente chi ha sputato sentenze contro i blocchi lo fa perché ha un modello di società alternativa per la quale coerentemente stanno lavorando e lottando, ed in ogni istante le loro azioni sono all’insegna di questa concordanza. Non soltanto ma costoro sono stati da sempre presenti anche in epoche passate, quando dall’alto veniva pianificato che il trasporto di merci e persone un giorno sarebbe stato tutto su gomma. Sempre attenti e agguerriti anche quando la rete ferroviaria di tutto il paese veniva fatta a pezzi e i ferrovieri lasciati in mutande con i pochi sopravvissuti alla mercè delle gang private, fasciste, comuniste e mafiose. Coerenti fino al punto che non usano l’auto, non affidano le loro merci agli odiati camionisti ma ad un treno dei sogni (soltanto per loro possibile) e stanno bene attenti che tutto ciò che comprano arrivi loro sempre per mezzo di quel treno o da carovane di carretti mossi da motori animali.
In realtà tutto il sistema a cui fa capo il consumo e la trappola globalista è un artificio moderno che ci hanno iniettato nelle vene fino a farlo diventare parte integrante di ogni individuo moderno e “civilizzato”. Ogni azione o non-azione è all’insegna di una nostra compartecipazione a questo impianto. Chi più chi meno siamo tutti complici.
Il “Blocco” è una rivolta ma non è una insurrezione, non è un punto di partenza per un cambiamento radicale della realtà di dominio di pochi sulle moltitudini. È soltanto un segnale, un anticipo forse di ciò che potrebbe accadere d’ora in poi. È forse una opportunità per analizzare meglio la realtà complessa dentro la quale tutti ci stiamo dentro fino al collo. È anche un collegamento emotivo che mette in contatto le moltitudini con un destino segnato comune che è quello di una generale condizione di schiavitù, di una rapina che tutti i giorni avviene sotto i nostri occhi con cui ci viene sottratta la terra, l’aria, l’acqua e la mente. Questa è l’unica ragione valida che dovrebbe consentire di andare all’interno delle cose che accadono, approfittando delle evidenti incompatibilità che esistono tra gruppi assai diversi di individui ma gravati, in egual modo, da una condizione di sopraffazione sempre più oppressiva. È in definitiva un modo, non più teorico, di confronto tra rappresentazioni diverse di vedere e immaginarsi il mondo. Prima di sputare giudizi scontati, il minimo che si possa fare è chiedere, a chi protesta e si sta ribellando con grande determinazione, quale mondo e società immagina e vorrebbe. Dubito che il loro e il mio sia lo stesso ma almeno so che lo stesso è quello che abbiamo adesso nel presente. Dubito che la stragrande maggioranza condividerebbe il mio ma è doveroso dire che un altro mondo è possibile.
Al contempo ho la convinzione che la “rivolta di quel popolo” nei mesi a venire diventerà un mercato all’ingrosso di consensi dove i veri attori saranno le forze politiche maggiori con aspettative di poltrone e deleghe di rappresentanza. Altro che gruppuscoli velleitari come FN! Nonostante Monti faccia il difficile e mostri la sfacciataggine di indignarsi, ha dato la prova che sa fare uscire il coniglio dal cilindro. Credo e temo che ci siano in vista clamorosi accomodamenti, ingegni ed artifici. I “ribelli” verranno messi in riga e per un po’ appagati con sgravi e contentini vari.
Sulla stessa lunghezza d’onda corrono le considerazioni che si possono fare per gli agricoltori (pastori, pescatori, vari ed eventuali). Anzi, in questo caso entriamo nel merito di quel mondo che dovrebbe porsi come contrapposizione naturale ad un disegno di annientamento globale similmente alla pesca a strascico, radendo tutto quello che è incontrovertibilmente collegato alla sopravvivenza dell’umanità, della loro pace, uguaglianza e del mantenimento degli equilibri con la natura e le sue risorse. Alla categoria che vogliono rappresentare i cosiddetti “forconi”,personalmente appartengo e vi sono legato da vincoli ancestrali e professionali, quindi è dall’interno del mondo agricolo che prendo la parola e nello specifico da quella siciliana.
Purtroppo il mondo agricolo rappresentato da questi agricoltori o imprenditori della terra, analogamente agli autotrasportatori, sono direttamente coinvolti nell’abbattimento di un sistema naturale di correlazioni fondamentali per la vita del pianeta e dell’umanità. Sono diventati col tempo i manovali distruttori dell’ambiente e del territorio. Che sia inconsapevole o quanto lo sia, non ha molta importanza, le loro richieste limitate alla sopravvivenza dello status (sebbene precario) finora loro consentito tendono a lasciare le cose come stanno oggi o ad aggravarle per il futuro. Questi agricoltori non sono più contadini, non sono più le sentinelle o i curatori dell’ambiente perché da molti decenni si sono fatti comprare dai veri padroni della terra e del cibo. Se diamo un’occhiata lucida alle nostre campagne, ci accorgeremmo che quando non sono abbandonate, sono fabbriche e laboratori insalubri delle multinazionali della chimica, della meccanica e della genetica. Al contadino hanno imposto di lasciare la zappa per farlo diventare operaio manovratore di ingranaggi complessi in funzione di idrovore energetiche e/o irroratore di sostanze venefiche per sé e per tutto ciò che esiste attorno. Ha accettato il titolo di imprenditore scambiandolo per un titolo che nella sostanza potesse elevarlo ad un valore superiore di benessere, lasciandosi penosamente illudere dagli effetti speciali.
La politica agricola europea, dal trattato di Roma ai nostri giorni, ha lanciato sfide, proclami, slogan ed ha ottenuto risultati che, in certi casi e da un punto di vista esteriore, si sono rivelati momentaneamente favorevoli agli stessi territori, ai suoi abitanti e lavoratori agricoli divenuti poi imprenditori. Questo con buona approssimazione, fino al 2000. Dopo e nella stragrande maggioranza dei casi invece, la Politica Agricola Europea ha evitato e fallito gli obiettivi propagandati oppure ha raggiunto risultati il cui criterio di valutazione pecca fortemente di arbitrarietà valutando ad esempio la Qualità con lo stesso metodo della Quantità. Tra numerosi ambiziosi buoni propositi ricordiamone solo alcuni: l’ ambiente; equivalenza dei redditi tra i lavoratori dei territori in “zone svantaggiate” e quelli in “zone non svantaggiate”; equiparazione dei redditi dei lavoratori del mondo rurale rispetto a quelli delle realtà urbane di pari categoria; riduzione /cessazione del progressivo e inesorabile abbandono della campagne; ammodernamento della dotazione tecnica; svecchiamento degli operatori agricoli con l’insediamento dei giovani delle donne e dell’impresa piccola e media capitalistica. Purtroppo alle “belle parole” non sono seguite le intenzioni per il semplice fatto che le intenzioni erano altre rispetto alle parole. La Politica di Mercato o dei Mercati, per definizione, non poteva più essere protezionista né poteva tutelare di fatto beni prodotti da sempre egregiamente in un determinato territorio perché gli stessi dovevano passare nella voce delle importazioni da altri Paesi con prezzi stracciati (per gli importatori e distributori) e qualità quasi sempre carente. Pertanto la Politica di Mercato è stata la politica “delle compensazioni” al mancato reddito determinato dalla differenza tra il valore “reale” del prodotto locale e il valore dello stesso prodotto “non locale” ma favorito e immesso nel Mercato Comunitario ad un prezzo iniziale speculativo per le imprese e le industrie non agricole. Gli “aiuti Pac” ( noti agli agricoltori come “contributi”) hanno grossomodo seguito sempre questa logica sia che fossero calcolati sulla quantità prodotta dalle imprese agricole locali (del meridione di ogni paese comunitario o delle cosiddette “zone svantaggiate”) sia “disaccoppiate” alla produzione come accade con l’ultima Pac ormai in scadenza prossima. Il sostegno al reddito ha funzionato finchè ha funzionato, producendo per anni finti redditi (o benessere), finta ricchezza e improbabili imprenditori-contadini a cui non tornano più i conti. I nodi sono arrivati al pettine!
Di pari passo alla Politica di intervento sui mercati, bisogna considerare l’azione congiunta dei Piani di Sviluppo Rurale e gli effetti logoranti che hanno prodotto. Le misure privilegiate di questi piani, sono state “impostate” dalla tecnoburocrazia di ogni regione (soprattutto quelle del meridione) in modo da creare una classe di agricoltori imprenditori (che non sono nemmeno ex contadini) giovani o donne (spesso soltanto mogli o figlie), “qualificati” con corsi (monopolizzati dalle associazioni di categoria) inutili e fasulli. Le misure dei PSR preferite, adottate e “cullate” dai politici e dalla tecno burocrazia (soprattutto in Sicilia) sono state quelle con caratteristiche di “donazioni” facili come i “Primi insediamenti dei giovani” che con qualche migliaio di euro avrebbero dovuto realizzare aziende moderne, efficienti, magari biologiche e con riduzione dell’uso di fitofarmaci inquinanti. Naturalmente con quei soldi non si potevano realizzare aziende simili e nemmeno lo si è chiesto seriamente ai novelli imprenditori. Tutta una giostra di clientele e di sperpero, niente di nuovo. Il risultato? I “giovani imprenditori” si sono equiparati ai loro coetanei di altri settori dell’urbanità e a quelli del nord… come questi altri, vanno a spasso con Suv improponibili entrando ed uscendo con cartelle di cuoio in un sterminato dedalo di uffici e “chiese”. Ecco, raggiunto lo scopo degli Orientamenti Comunitari! Da un punto di vista estetico e scenico la trama dà percezioni di equità, modernità, solidarietà e democrazia. La rappresentazione della realtà è quella del consumo e questo film prende il tempo di una reclame della JEEP o della New Holland in cui i protagonisti danno un senso di felicità e convinzione in ciò che stanno facendo, tale da imporsi allegramente come unica e assoluta rappresentazione della realtà, come unico modello da non poter non poter fare a meno di seguire. Di conseguenza: un consumatore Unico nelle sue svariate vesti ed un Unico modello di agricoltura, non uguale ma lo stesso per tutti. La globalizzazione da noi finora è arrivata grossomodo così, diversamente da quello che accade in altri posti dove arriva ben più pesantemente… dove l’inaudito crimine che è il Genocidio non soltanto non viene impedito, punito e condannato ma non viene nemmeno rilevato e riconosciuto.
In questo film adesso si vede un imprenditore agricolo di un agricoltura unica dettata, imposta, consentita dai quattro/cinque/sei dell’Apocalisse! I contadini non sono più contadini, non sanno più infilare le mani nella terra, non hanno più nemmeno la terra…
Altre misure con prestiti non a fondo perduto ma ridotto del 50%, di fatto nato per far nascere medie-grandi aziende con businessplan di standard elevato, comunitario, ecumenico. Le misure di più largo successo sono state quelle volte all’ammodernamento delle macchine e degli attrezzi per creare sulla terra coltivata il maggior impatto possibile dell’azione combinata di meccanica-chimica-genetica. Questa è la macchina da guerra nella quale sono arruolati la quasi totalità degli agricoltori!
Non devono ingannare le parvenze di sostenibilità economica ambientale sociale poiché hanno rappresentato poco meno di un “criterio” in quanto dà punteggio ai concorrenti del bando e quindi a volte elemento decisivo nella formazione delle graduatorie. Gli orientamenti verso la forestazione e la tutela degli spazi più sensibili ha incontrato per strada una serie di “avversità” burocratiche che scoraggiano chiunque, anche chi è disposto a pensare ad un progetto con un futuro e che si vedrà concretamente nei tempi che si richiede ad un bosco per crescere. Non è l’atteggiamento più diffuso quello di pensare al bosco in una realtà agricola ma quei pochi che si avventurano nella sfida, vengono scientemente scoraggiati.
Le misure ambientali a salvaguardia del territorio, del paesaggio, dei fiumi e dei boschi ammirevole nella reclame ma sostanzialmente viene invalidata e resa inattiva. La stessa incentivazione all’agricoltura biologica è sostanzialmente ridotta a premi quinquennali di sostegno senza una reale effettiva diffusione di cibo sano e nutraceutico o nei migliori (o forse peggiori) dei casi avviata alla realizzazione di mega produzioni iper sperperanti con “etichettature” e “bollinature” per una fascia privilegiata di consumatori raggiunti anche attraverso la grande distribuzione.

Quindi imprenditori colonizzati e arruolati in un esercito di mercenari per un businnes di cui loro stessi sono la carne da macellare.
Innegabile che gli agricoltori oggi più e diversamente da ieri, siano vittime, ma essi stessi complici, di regola compiacenti del sistema cui appartengono, quello dell’Unica agricoltura possibile. I non-più-contadini dipendono fortemente dalle macchine assurde e spropositate che si sono impegnati a pagare per produrre quantitativi non necessari ma che per contro necessitano di imput energetici notevoli e quindi costi inammissibili. A vederli con lucidità e distacco si può dire che siano arruolati in un esercito in cui stentano essi stessi a comprenderne gli obiettivi e i piani; ignorano ancora che non sono più i padroni della loro terra e che hanno perduto la conoscenza delle tecniche fondamentali per farla produrre giusta e per se stessi, perdendo anche la pazienza di aspettare il raccolto secondo i tempi naturali.
Molti dei “forconi” sono in queste condizioni, cioè vicini allo stato di schiavitù, non liberi di pensare più come i contadini, non capaci di generare autosostentamento con il cibo che essi stessi dovrebbero saper produrre. Sono ricattabili e facilmente domabili, basta che gli venga garantita almeno la condizione di sopravvivenza che hanno imparato a riconoscere. Il Potere ci sta lavorando, proporrà delle cose irragionevoli e irrimediabilmente deleteri ma saprà presentarli e li convincerà con le bastonate e con le carote, facendoli diventare magari “coloni” di terre strappate con la forza e lo sterminio ad altri popoli (vedi Libia ma non solo); oppure ammaliandoli con contratti “vantaggiosi” per produrre… utilizzando, non più soltanto la tecnologia convenzionale risaputa ma anche quella fino ad ora nominalmente “vietata”. Gli OGM e tutto il contorno di cose e fatti che questi comportano potrebbero entrare di prepotenza dalla porta di servizio, mentre si “salva l’Italia” dal debito si salvano, con lo stesso metodo, capre e cavoli…
La protesta cosiddetta “dei forconi”, rischia di diventare un fuoco molto esteso e grande ma alimentato da paglia, stoppie e frasche. Questo popolo se non sarà disposto a mettere in discussione ciò che è stato fino ad ora, non creerà forza di liberazione e ciò starà a significare che andare oltre “la pancia” non era nella filosofia dei “forconi”. Prima che il film prenda questa piega, bisognerebbe permeare la trama già scritta di una sceneggiatura diversa, repentina e inattesa

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