martedì 12 giugno 2012

Intervista ad Antonietta Gatti, best of the best

Con tante congratulazioni e un abbraccio grande alla dott.ssa Gatti da parte mia
Marco Cedolin.

Stefano Montanari
Mi scuso se non sarò politicamente corretto.
Questo tipo d’ipocrisia non fa parte del mio repertorio, anche se questa mia mancanza di bon ton salottiero dispiace a molti. Io sono sanguigno e, se la cosa non è di gradimento a qualche signorino, non so che farci. Tempo fa un personaggio della cui levatura intellettuale, culturale e, soprattutto, morale non scriverò per non cadere nel turpiloquio.....
ci fece fuori il nostro strumento di lavoro perché noi la piantassimo di condurre le ricerche che tanto infastidivano il burattinaio che tiene i fili della porcheria. Per giustificare lo sconcio davanti al mondo, venne addirittura sostenuto non solo che lo strumento, un microscopio elettronico, era “sottoutilizzato”, ma, addirittura, che le nostre ricerche erano copiate (da dove e da chi non è dato sapere, ma per il pubblico del personaggio nulla importa).
Ora le società mondiali di biomateriali e di bioingegneria, il che significa decine di migliaia di scienziati distribuiti su tutto il globo, decidono che la dottoressa Antonietta Gatti, mia moglie, la “nullafacente plagiaria” che lavora con me nel mio famigerato laboratorio, è “the best of the best” e la inseriscono nel College of Fellows composto dai 32 scienziati top a livello mondiale.
A questo punto, gli squallidi personaggi che si sono macchiati dell’infamia abbiano almeno il coraggio di mostrare la faccia e si prestino ad un confronto pubblico in cui spiegheranno il razionale che sta dietro la loro impresa.

Di seguito l’intervista che Roberta Doricchi dell'Associazione Vita al Microscopio ha fatto a mia moglie:

Roberta Doricchi dell’Associazione Vita al Microscopio ha intervistato la dottoressa Antonietta Gatti immediatamente dopo il suo ritorno dalla Cina dove un consesso di scienziati provenienti da tutto il mondo l’ha insignita del titolo di Fellow dell’International Union of Societies for Biomaterials Science and Engineering  per il suo contributo al progresso della scienza. Le varie società nazionali di biomateriali e bioingegneria contano decine di migliaia di membri a livello mondiale e l’unione delle varie società ha eletto la dottoressa Gatti a far parte dell’élite di scienziati che si compone di 32 membri.
VM - Prima di tutto, congratulazioni per il riconoscimento internazionale. Che cosa significa essere nominata  Fellow dell’International Union of Societies for Biomaterials Science and Engineering?
Gatti – Che cosa significa in generale è detto nelle motivazioni: ho contribuito al progresso della scienza, il che, tutto sommato, fa parte del mio dovere di ricercatrice. La definizione del gruppo di cui ora faccio parte, il College of Fellows, l’ha data il professor Peppas, presidente dell’International Union of Societies for Biomaterials Science and Engineering: the best of the best scientists in the world, cioè i migliori tra i migliori scienziati del mondo.  Impegnativo. Che cosa significa per me è un po’ complicato da spiegare. Non ci sono dubbi che la cosa mi ha fatto piacere anche se, in fondo, non è stata una sorpresa. Intanto ero stata informata della cosa oltre sei mesi fa, e poi, quando non ci sono interessi personali e conflitti d’interesse in ballo, era difficile per chi fa scienza e basta non riconoscere il valore della scoperta. Non mi fraintenda: nessuna presunzione da parte mia. Semplicemente mi sono accorta di cose che forse erano passate sotto gli occhi di chissà quanti altri scienziati ma nessuno si era soffermato a considerarle per quello che erano in realtà. Soddisfazione per il riconoscimento sì ma anche tristezza.
VM – Tristezza?
Gatti – Sì, e a spiegarla basta dare un’occhiata a che cosa fece a suo tempo chi doveva accorgersi per primo dell’importanza della scoperta, se non altro perché io ero inserita nel sistema di chi aveva il dovere di accorgersene. E basta dare un’occhiata a tutto quanto è accaduto sul mio conto, negli anni, in Italia, il paese che, bene o male, è quello in cui sono nata e in cui lavoro. Non si può certo dire che la scoperta delle nanopatologie sia stata accolta con gioia, che io e il mio piccolissimo gruppo siamo stati agevolati… Addirittura l’Università mi ha prepensionata.
VM – Com’è possibile?
Gatti – Dal punto di vista legale la cosa non fa una piega: l’Università lo poteva fare e lo ha fatto.
VM – Il motivo?
Gatti – Sarebbe interessante chiederlo a loro: evidentemente non c’era bisogno di me.
VM – E il laboratorio di biomateriali che lei aveva fondato e diretto all’interno dell’Università?
Gatti – Non saprei: non ho più contatti. Il problema grosso, il problema urgente, era quello legato ad una serra sperimentale che, come responsabile di un progetto nazionale, avevo costruito insieme con i miei partner di progetto e che, dal punto di vista burocratico, prevedeva la mia affiliazione all’Università. In quella serra si studiano gl’impatti delle nanopolveri su vegetali e insetti. Io feci il diavolo a quattro per non essere pensionata, visto che il mio pensionamento anticipato  era tutt’altro che obbligatorio, ma non ci fu niente da fare: per l’Università era necessario che io me ne andassi.
VM – Ma l’Università può rinunciare all’apporto di uno scienziato il cui valore di eccellenza è riconosciuto a livello mondiale?
Gatti – Faccia lei.
VM – Ma lei lavora anche con organismi internazionali come la NATO, come il Dipartimento di Stato Americano…
Gatti – E altri.
VM – E noi facciamo a meno di lei?
Gatti – Sarà una questione di abbondanza…
VM – E adesso?
Gatti – Adesso forse riusciamo a salvare la serra. Da qualche mese io sono stata adottata dal CNR di Faenza, il che mette un po’ a posto la burocrazia, e, grazie anche e, devo dire, soprattutto, alla collaborazione di don Giancarlo Suffritti, il parroco che ospita la serra nel terreno della sua parrocchia, speriamo di riuscire a portare a termine la sperimentazione, una sperimentazione che sta fornendo risultati preliminari veramente interessanti.
VM – Il CNR di Faenza… Ma lei lavora ancora alla Nanodioagnostics di Modena con suo marito?
Gatti – Naturalmente sì. Quel laboratorio fu messo in  piedi proprio per permettermi di portare a compimento il primo progetto europeo che diressi e fu concepito su misura per la ricerca sulle nanopatologie.
VM – E il famoso microscopio di Grillo che stava proprio alla Nanodiagnostics?
Gatti – Beh, credo che la cosa sia nota o, almeno, che l’informazione stia cominciando a girare. Due anni e mezzo fa Grillo ci fece sottrarre l’apparecchio che adesso, dopo essere restato inattivo all’Università di Urbino per un anno e mezzo è in dotazione all’ARPA di Pesaro dove è in attesa di un impiego almeno continuativo. Da dicembre, per volere di un giudice, io posso andare un giorno la settimana a Pesaro, tra parentesi sobbarcandomi sette ore di viaggio, e usare quello che, nelle intenzioni di chi donò quattrini, doveva essere il microscopio di mio marito e mio. Poi non è andata così.
VM – Perché?
Gatti – Il perché io credo di conoscerlo ma, un po’ alla Pasolini, non ho le prove documentali. Certo con le nostre ricerche intralciavamo interessi enormi. (La vicenda è spiegata all’indirizzo http://www.stefanomontanari.net/sito/images/pdf/grillo_microscopio.pdf [N.d.R.].)
VM – Ha qualcosa da dire a Beppe Grillo?
Gatti –Che cosa vuole si possa dirgli? Grillo si è solo prestato a qualcosa di cui non credo abbia capito la portata. E poi mio marito sta cercando da anni di avere un confronto con lui, ma non c’è niente da fare: Grillo scappa e censura.
VM – Se non sbaglio, chi vi tolse il microscopio sosteneva che voi lo sottoutilizzavate e che non avete prodotto niente dal punto di vista scientifico.
Gatti – Trattandosi di un comico… Forse a qualcuno sorgerà un dubbio: come avranno fatto quelli dell’International Union of Societies for Biomaterials Science and Engineering  a volermi tra la loro élite se abbiamo oziato fino ad ora?
VM – Che cosa significa ora avere il microscopio a Pesaro?
Gatti – Dal punto di vista personale significa un’alzataccia una volta la settimana, anche se alzatacce ne faccio spesso, e per tutti significa un rallentamento vistoso della ricerca. Pensi che quando Grillo ci sottrasse lo strumento avevamo in corso, tra le altre, una ricerca sulle malformazioni fetali che abbiamo purtroppo dovuto sospendere.
VM – Lei insiste sempre sui bambini…
Gatti – Naturale: la nostra generazione ha fatto guai a non finire e ci siamo divorati tutta l’eredità dei nostri figli e dei nostri nipoti. Cercare di metterci almeno una pezza è un dovere di onestà.
VM – Come si fa per i divi, la solita domanda: quali sono i suoi progetti futuri?
Gatti – Non credo di riconoscermi nel salotto dei divi: io ho sgobbato tutta la vita e, come Tassoni, il poeta di Modena, la città che mi ospita, penso che potrei essere verosimilmente ritratta con un fico in mano che, come accadde a lui,  è tutto quanto di materiale ho ricevuto. Ma questo non ha nessuna importanza. Che cosa voglio fare? Sarebbe meglio dire che cosa devo fare: io di idee ne ho tante e di materiale sperimentale già pronto da approfondire e sviluppare ne ho una montagna. Credo che nessuno si stupisca se dico che la ricerca costa quattrini e senza quelli le idee restano confinate al cervello. Io, come mio marito, lavoro gratis e, anzi a mie spese, e più di quanto faccio e facciamo non credo proprio sia possibile. La cosa più impellente da fare ora è recuperare il microscopio che ci è stato sottratto. Senza quello è come avere un calciatore senza pallone.
VM – Come si può riaverlo?
Gatti – Quello che si raccontò ai donatori che doveva essere nostro e che ora è a Pesaro è difficilissimo da recuperare. C’è un processo in corso ma siamo alle prime battute del primo grado di giudizio e, conoscendo i tempi della giustizia nostrana, ne parleremo tra almeno dieci anni. Il che è esattamente ciò che si voleva portandocelo via: imbavagliarci. L’unica possibilità reale è quello di acquistarne un altro e, questa volta, che sia intestato a noi per evitare fregature.
VM – Il costo?
Gatti – La possibilità più economica per un apparecchio che si adatti a ciò che facciamo noi costa, tutto compreso, intorno ai 260.000 Euro più qualche accessorio. Non è esattamente il microscopio ideale, perché quello di Euro ne costa 400.000, ma ce lo faremmo andare bene ugualmente. Poi si tratta di mantenerlo, perché quelli del mantenimento sono costi da affrontare.

VM – In fondo non parliamo di una cifra enorme.
Gatti – Per noi è una cifra inimmaginabile, ma per una nazione di 60 milioni di abitanti… Soprattutto se si pensa che non passa giorno senza che qualcuno, molto spesso più di qualcuno, venga a chiederci aiuto, un aiuto che oggi non siamo in grado di dare.
VM – Chi chiede aiuto?
Gatti – Una varietà notevole di persone. Si va dal militare malato di cancro, spesso giovanissimo, alla signora che continua ad abortire poltiglia o che ha un bambino malformato. Spessissimo, poi, sono persone cui si sta costruendo dietro casa un inceneritore o una centrale a biomassa, e c’è ben poca differenza tra i due impianti. Pensi che roba del genere esiste a poche centinaia di metri da abitazioni o da scuole e le cosiddette autorità non muovono un dito. Anzi, “tranquillizzano” e la prego di scriverlo tra virgolette. Ma, al di là dei bambini che rappresentano un punto cruciale dell’impegno mio e di chi lavora con me, e un punto che ci dà forza e rabbia, credo ci sia da preoccuparsi di un gruppo di persone particolari tra quelle che chiedono di essere aiutate: pazienti affetti da malattie cosiddette misteriose cui i medici non sanno attribuire una diagnosi né, tanto meno e a maggior ragione, sanno applicare una terapia. Pensi alla SLA o alla sensibilità chimica multipla, ma esistono malattie di cui non esiste nemmeno uno straccio di casistica perché non si erano mai viste prima. È fin troppo ovvio che io non presumo di risolvere tutti i casi che mi si presentano, ma di certo posso fornire non poi troppo raramente elementi diagnostici e di prevenzione importanti. Forse, però, dovrei dire non posso ma potrei, viste le condizioni in cui il mio gruppo è stato ridotto nell’indifferenza generale. Ma la speranza che gli Italiani si sveglino resta accesa.
VM – Ve ne andrete all’estero anche voi?
Gatti – All’estero ci sono già andati quattro dei nostri ragazzi, troppo in gamba per giocare in una squadretta da quattro soldi com’è l’Italia di oggi. Quanto a noi, non ci s’illuda: la nostra guerra è qui e sono in troppi a dover pagare per comportamenti non propriamente corretti. Se ce ne andassimo, chi si è comportato male potrebbe in qualche modo farla franca. Nessun desiderio di vendetta: solo un’esigenza di giustizia, e giustizia non tanto nei nostri riguardi ma verso tutto coloro che soffrono sulla loro pelle per gli interessi non proprio puliti di qualcuno.
VM – Grazie, dott.ssa Gatti, e ancora congratulazioni per il suo riconoscimento.
A questo punto, la stessa domanda rivolta alle autorità politiche e a quelle accademiche da una parte e una alla gente comune dall’altra: può il nostro paese permettersi di fare a meno della dottoressa Gatti e della sua piccola squadra? A noi non resta che chiederci se sia una questione di risorse economiche o ci sia dell’altro. Considerando le cifre davvero irrisorie in gioco, temiamo ci sia dell’altro.

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