domenica 24 giugno 2012

Siamo uomini o animali (da reddito)?

Giuliano Corà
Niente come le parole che usiamo, niente – ancor più – come quelle che usiamo inconsciamente, denunciano il nostro pensiero, la nostra visione del mondo. Così accade che sulla stampa locale vicentina esca un articolo nel quale si riferisce la condanna di quattro contadini di Marano Vicentino, colpevoli di aver gravemente maltrattato, nel 2002, i loro animali, per fame costretti perfino a cibarsi dei propri escrementi: oche, capre, galli e galline, anatre, conigli. Ma l’orrore non sta nel fatto in sé: abbiamo già detto su queste pagine di quale sia la filosofia con cui il mondo occidentale, cristiano e liberale, si rapporti con gli animali. No. Quel che fa rabbrividire è l’espressione usata dall’articolista nel definire collettivamente quelle bestie: “animali da reddito”.....
Un’espressione, si badi bene, usata senza virgolette, dunque considerata normale, regolare, facente parte del pensiero comune. Lungi da noi l’intenzione di processare l’autore del pezzo, quel che ci interessa è proprio quest’ultimo fatto, e cioè che, nel senso comune, degli esseri viventi possano essere presi in considerazione non in quanto tali, ma in quanto strumenti per produrre reddito per altri. E si badi bene: animali o esseri umani, non fa e non ha mai fatto differenza.
Nell’antichità precristiana, Marco Terenzio Varrone (116 a.C.- 27 a.C.) nel suo De re rustica definiva lo schiavo “instrumentum vocale”, un attrezzo dotato di voce: si compra, si vende, e quando si rompe si butta via. Prima di allora e dopo di allora, l’istituto della schiavitù, fondandosi su questo concetto, ha commesso atrocità indicibili, e l’avvento del Cristianesimo non ne modificò in nulla i principi e la sostanza (bisogna aspettare il 1839 per sentire da un papa, Gregorio XVI, parole di condanna contro lo schiavismo). Ma non sapevamo che qualcosa di peggio ci aspettava lungo la Storia: il Progresso e il mito della crescita economica ad ogni costo, che, come ha scritto il direttore della Nuova Vicenza pochi giorni fa, fa “strame della vita concreta degli esseri umani, considerati macchine da produzione e da consumo”. E se lo fa con le persone, come vogliamo che non lo faccia con gli animali, considerati per definizione “inferiori”? Ogni altra dimensione valoriale è andata cancellata e, come ancora dice Mannino, “l’economia come dimensione totalizzante e totalitaria fagocita tutti gli altri aspetti della vita, svilendoli a variabili secondarie”.
Siamo tutti “animali da reddito”: quelle oche, capre e galline, ma anche i migranti che affogano nel Canale di Sicilia, anche i cittadini greci che muoiono di fame e di miseria nelle strade della nazione più nobile del mondo, Madre di tutto ciò che di “bello e buono” l’Occidente ha avuto, ridotta oggi ad una discarica per volontà dei mercanti di moneta mondiali, lo sono gli operai e i padroncini che quotidianamente s’impiccano, lo sono i disoccupati, cacciati dalle loro fabbriche perché di loro “non c’è più bisogno”, gli esodati, le mille e mille schiere di gente da niente, che non producono reddito, e perciò sono inutili, e oltretutto parassiti. Dall’Atene di Pericle, siamo partiti, per arrivare a questo. A Festambiente si discute del senso del limite: bene, forse bisogna chiedersi pure se anche a questa dissoluzione dell’umanità non sia il caso di porre un limite.
La Nuova Vicenza

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