martedì 16 ottobre 2012

La civiltà dell’illusorio

Marinella Andrizzi Sinibaldi
La nostra è una civiltà (sempre che, ad una seria analisi fondata su effettivi principi morali e non quelli sbandierati dalla Chiesa, si possa davvero considerare tale),  basata sull’illusorio, sull’inutile.
Inefficace e pleonastica società assorbita da tutto l’opposto del meritorio, dove la corsa alla furbizia, o quella che si crede tale, ha sostituito quella del sofferto raggiungimento, per meriti intellettivi, di un qualsiasi prefissato obiettivo.
Una società sprofondata nel paranoico paradosso degli opposti (da non confondere con il paradosso della successione degli opposti di Eraclito), prendendo a vessillo schizofreniche teorie insensate, quali quelle del liberismo e neoliberismo....
Uniche isole “sicure” in cui lasciare approdare i nuovi pirati, predatori e corruttori dell’umanità.
Pirati che, al contrario dei loro passati omologhi, pretendono anche di ammantarsi di un alone di rispettabilità, imposto quasi sempre con la forza e la violenza tipica degli stolti. Paradosso e ossimoro.
Una civiltà governata dai paradossi e dagli opposti. Come una lavatrice genera più tempo libero a chi lava, ma ci obbliga anche a cambi continui, inserendoci in un meccanismo perverso e colluso con la moda a sua volta collusa con il consumismo che, per paradosso si da per scontato possa essere senza limiti.
Le autostrade facilitano i trasporti, ma congestionano il traffico negli svincoli e nelle città, aumentando pericolosamente l’inquinamento.
L’introduzione del computer promise un ufficio senza carta, ma in realtà il consumo della carta è aumentato a dismisura.
Nei campi della scienza del diritto, della politica e di ogni altro umano sapere, le grandi conquiste sono il frutto di ciò che resta (o di ciò che ci hanno lasciato) delle nostre facoltà razionali e logiche. Ma adattiamo tutto alle pretese criminali di pochi.
Il tutto affidato alle nuove generazioni, avviate all’istruzione paradossale: insegnare a disimparare e imparare a dimenticare!
Sfociando nel paradiso ultimo del paradosso: “Più comunichiamo e meno comunichiamo”. Dal momento che anche la comunicazione, una volta unico e vero gioiello prezioso dell’essere umano, ci viene imposta.
Ed è soprattutto questo genere di pensiero che ci ha limitati. Senza rendercene conto, siamo diventati creature dalla logica lineare, categoriale, settoriale.  I fatti sono buoni o cattivi, veri o falsi, ma non l’uno e l’altro. Ci hanno insegnato che una cosa non può essere nello stesso tempo ciò che è il suo opposto.
Una civiltà illusoria che tutto sacrifica nel nome dell’eccesso, purché negativo e purché consumistico, sostituendo l’uso della ragione, con quello della sottomissione, in cambio di non responsabilità dei cittadini, nel decidere il loro destino. Lasciandoli cullare nell’apparente allucinazione di stare vivendo un reale progresso, barattando la propria vita e quella dei propri figli, in cambio di un nuovo modello (sempre vecchio) di Iphone.
Eppure, nonostante ogni evidenza, troppi si illudono del contrario, convincendosi di un progresso senza pari, ma che solo loro percepiscono attraverso sensi diseducati, accettandolo senza alcuna analisi critica.
Se per incanto potessimo riesumare i vari Talete, Leucippo, Democrito, Euclide, ecc. questi impiegherebbero poco più o poco meno di qualche mese per adeguarsi alle nuove tecnologie, magari anche migliorandole notevolmente, dandogli un risvolto davvero pratico e funzionale a specifiche esigenze tutt’altro che illusorie.
Ma noi, facendo il ragionamento opposto e con tutte le nostre attuali conoscenze, non ci basterebbe una vita intera, magari lunga un paio di secoli, per riuscire ad arrivare al loro modo di ragionare, basato solo sul proprio cervello, scevro da qualsiasi scellerata imposizione obnubilante.
E questa la vogliamo chiamare civiltà?

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