venerdì 30 novembre 2012

Ugl, terza gamba del governo Monti

Giannino Stoppani
Di deriva in deriva, di genuflessione in genuflessione e di ipocrisia in ipocrisia, anche questa volta la nuova triplice dell’inganno confederale ha svenduto un altro grosso pezzo di dignità, di tutela e di conquiste dei lavoratori ai poteri forti rappresentati dal governo catto-bancario dell’ex Goldman Sachs & C.
La firma di Cisl, Uil e Ugl (la Cgil ha abbandonato il tavolo) sul documento riguardante una futuribile crescita di produttività e competitività in Italia, in un contesto di finanza usuraia globalizzata e apolide, alla quale l’Europa ha ceduto ogni residuo di sovranità politica ed economica, costituisce l’ennesima pugnalata alle spalle dei lavoratori italiani....
spinti sempre più verso la china della deregolamentazione del lavoro, del dumping sociale e della povertà. Una vittoria della linea Marchionne-Elkann, dunque, che i sindacati di regime avevano già avallato in toto nella vicenda Pomigliano, anche in quel caso con la sola contrarietà della Fiom-Cgil che non firmò l’accordo capestro voluto dal manager in pullover. Un accordo, o meglio un diktat, che, come avevamo facilmente predetto a suo tempo (Pomigliano, la cilecca del plebiscito, Rinascita 29-06-2010, p. 11), avrebbe fatto da apripista per le altre categorie. E puntualmente, ora, anche l’Abi, l’associazione delle banche italiane, ha manifestato la volontà di disdettare il contratto firmato lo scorso dicembre. L’interventismo dei banchieri, forti del nuovo successo ottenuto grazie al governo che li rappresenta, mirerà allo stravolgimento dei cardini fondamentali della vecchia contrattazione nazionale (orari di lavoro, flessibilità, inquadramenti e, naturalmente, il salario). Un’occasione talmente ghiotta che non poteva non contemplare una nuova tornata di esuberi, che, a quanto sembra, dovrebbe annoverare tra le 20 e le 30 mila uscite forzate dal ciclo produttivo delle banche. Anche in questo caso il cd. "costo del lavoro" sarà interamente scaricato sui lavoratori.

Entrando nello specifico del documento sottoscritto dagli pseudo rappresentanti dei lavoratori, accanto a teoriche buone intenzioni (un vecchio adagio dice che "di buone intenzioni ne è lastricato l’inferno") sulla "detassazione del salario di produttività" (se il buon giorno si vede dal mattino va ricordato che il bocconiano doc ha già detto che lo Stato non può sostenere una detassazione delle tredicesime) o su una fantomatica "cultura della partecipazione", intesa naturalmente in senso liberista come eventuale mera distribuzione delle briciole cadute dalla tavola degli utili aziendali, magari sotto forma di azionariato diffuso, senza alcun peso da parte dei lavoratori nella gestione e nelle decisioni strategiche che riguardano la programmazione e il futuro delle aziende, si evidenzia in modo chiaro e netto la concreta subordinazione del CCNL a quello di secondo livello (p. 5 del documento d’intesa), sempre più rigidamente vincolato a criteri di mobilità, flessibilità, produttività e ricorso al lavoro straordinario e, chissà, un domani, forse anche alla reintroduzione del cottimo. Se poi l’alternativa alla delocalizzazione delle attività produttive delle aziende italiane (p.4 del documento d’intesa) è quella d’importare in Italia gli esempi "virtuosi" di quei paesi dove i lavoratori godono di salari miserrimi e sono privi di una legislazione sociale all’avanguardia come quella italiana, che, pezzo a pezzo, si vuole smantellare, allora la presa in giro dei lavoratori nostrani è doppiamente subdola e vergognosa. Un paragrafo del documento è riservato poi alle "modifiche da introdurre alla disciplina delle rappresentanze sindacali unitarie", con il chiarissimo intento di ingabbiare ancora di più l’eventuale conflittualità (il ricorso allo sciopero è divenuto ormai del tutto teorico ed innocuo) "non escludendo meccanismi sanzionatori in capo alle organizzazioni inadempienti" (p. 6 del documento d’intesa). Della serie "non disturbate il manovratore".
Alla soddisfazione espressa dai segretari confederali Cisl e Uil per l’accordo raggiunto, si è accodata quella della ruota di scorta del sindacalismo confederale, l’Ugl di Giovanni Centrella, nel pieno rispetto della tradizione collaborazionista e liberista dei suoi predecessori. ""Se si continua a dire sempre di no a tutto, il Paese non cambia in meglio" esordisce il segretario generale alla trasmissione radiofonica "Tutta la città ne parla". Peccato che l’ultimo cambiamento "in meglio", colla corresponsabilità dell’Ugl, sia stato giustappunto quello dell’accordo di Pomigliano, un vero e proprio cappio al collo dei lavoratori metalmeccanici. Con la prevedibile fuga della Fiat dall’Italia anche gli ottimisti incalliti si renderanno finalmente conto del grande bluff sponsorizzato dai piazzisti del sindacalismo confederale. "In una lunga crisi come quella che stiamo vivendo" - continua ad esternare il Centrella - "e che non dà segnali di miglioramento, c’era assoluto bisogno di un’idea e di un segnale concreto che in Italia esiste la volontà comune e condivisa tra sindacati, imprese e istituzioni di portare a termine un’operazione capace di dare slancio all’economia italiana e sostegno ai lavoratori, impoveriti da una lunga serie di sacrifici a loro richiesti per far quadrare i conti pubblici". Della serie "senza vergogna". Dunque, secondo il facente le veci della Polverini, questo sarebbe un accordo per lo sviluppo dell’economia e per il sostegno ai lavoratori. Trattasi dei medesimi lavoratori già impoveriti (per ammissione dello stesso Centrella) da un governo non eletto (sempre lo stesso) e impostoci dai poteri forti per la totale distruzione dello stato sociale. Nella totale confusione di idee il Centrella conclude con una toppa finale: "In questo contesto la detassazione offerta dal governo sulla contrattazione di secondo livello andava favorita e non contrastata, perché può incentivare le aziende a rimettersi in gioco e migliorare la qualità della vita dei lavoratori. Nell’accordo raggiunto ieri ci sono anche altre importanti temi che andranno sviluppati come la partecipazione e la rappresentatività, attraverso le quali noi dell’Ugl ci auguriamo che il sindacato possa ritrovare un percorso comune se non unitario per il bene di tutti i lavoratori italiani". Una conclusione da sermone domenicale ben recitato nel contesto del giuoco delle parti e volto a dimostrare che, tutto sommato, un premio di consolazione i lavoratori l’hanno poi ottenuto. Insomma il classico specchietto per le allodole - nel nostro caso la detassazione e la decontribuzione del salario di produttività e l’accenno ad una mitica partecipazione (tra l’altro storico e strumentale cavallo di battaglia della Cisnal-Ugl, già utilizzato come potente fumogeno in moltissime situazioni) - utile per millantare all’occorrenza una vittoria sindacale e far passare in secondo piano il macigno che sta per abbattersi sulle teste dei lavoratori italiani. Se a questi ultimi spetta naturalmente il giudizio finale, in primis agli iscritti alla nuova triplice, noi auspichiamo che, con un semplice gesto (stracciare la tessera), essi potranno fare la differenza. Un gesto che equivarrebbe ad un forte, salutare e definitivo calcio ben assestato nel deretano di questi impudenti parolai e traditori della classe lavoratrice.

 
 

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