Un futuro da robot

Marco Cedolin

Tutti gli esperti che analizzano con un minimo di serietà le conseguenze dell'automazione e della diffusione dell'intelligenza artificiale all'interno del mondo del lavoro, prefigurano un futuro a tinte fosche per le nuove generazioni di lavoratori, che si ritroveranno a combattere una "battaglia" senza speranza di successo con sempre nuove generazioni di robot assai più performanti di loro.

Lo pensa perfino Merrill Lynch, quando afferma che fino al 47% dei lavori attualmente compiuti negli Stati Uniti può essere automatizzato. Le auto autonome potrebbero far sparire i tassisti, ma lo stesso vale per i magazzinieri, per chi lavora nei fast food, per le cassiere degli ipermercati e l'elenco potrebbe essere lunghissimo. I "nuovi" lavori creati recentemente per assorbire i lavoratori espulsi dal mercato, di contralto sono pochi e scarsamente retribuiti, del tutto insufficienti a risolvere il problema.

Come se non bastasse negli ultimi 40 anni i compensi dei lavoratori, che prima crescevano di pari passo con la produttività, hanno smesso di crescere, mentre la produttività è di fatto raddoppiata, facendo sì che chi ancora lavora produca sempre di più ma guadagni (in termine di potere d'acquisto) sempre di meno.

Semplificando al massimo la questione, nei prossimi decenni chi gestisce sorti della "società del progresso" si troverà di fronte ad un bivio di portata epocale.
O ripensare radicalmente il modello della società attuale, svincolando il reddito dei cittadini dal lavoro, attraverso nuove forme di reddito di cittadinanza. Oppure rinunciare al "sogno" della società della crescita infinita, dal momento che almeno la metà della popolazione si ritroverà impossibilitata a consumare, poiché priva di un reddito che le permetta di farlo.

Sempre che nei "piani alti" non abbiano già previsto per tempo di usare il metodo Malthus, ma la crescita infinita anche in questo caso sarebbe pregiudicata comunque.

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